Asconauto

Doc al Politecnico, a lezione con il Prof. Sergio Matteo Savaresi

La premessa sul riscaldamento globale e altri danni causati dall'uomo alla Terra ha ricordato l'intervento del meteorologo Mercalli al Meeting Doc di gennaio. Poi, Sergio Matteo Savaresi è diventato quello che è tutti i giorni: un docente del Dipartimento di Elettronica e Informazione del Politecnico di Milano. Nella sede distaccata di Lecco, il Prof. Savaresi ha tenuto una speciale lezione ai concessionari soci prima dell'assemblea annuale, illustrando il mega trend della mobilità personale ("passeremo da veicoli grandi, alimentati a combustibili fossili, guidati da umani, a veicoli piccoli, elettrici, a guida autonoma. In venti, trent'anni? Comunque vada, finirŠ° così"), il falso problema dell'autonomia delle batterie ("con una percorrenza media di 200 chilometri basta la ricarica notturna nel garage di casa"), la fase di transizione verso la guida autonoma che da qui al 2060 salverà un milione di vite ("vincerà la Cina perché, a differenza delle democrazie occidentali, è disposta a sacrificare qualcuno per il bene collettivo").
Finita la 'lezione', Sergio Matteo Savaresi ha accettato di rispondere a qualche domanda.

Ha preannunciato a una platea di concessionari cambiamenti ineluttabili. Li 'consolerà' sapere che almeno per i prossimi dieci anni grossi mutamenti non ce ne saranno?
È così. Nel senso che i grandi cambiamenti che oggi vi ho descritto avverranno in una scala di tempo di 30-40 anni. Il prossimo decennio non vedrà degli sconvolgimenti, anche perché il vero sconvolgimento si avrà con l’auto completamente autonoma, che da noi è irrealistico venga effettivamente implementata nell'arco di dieci anni.
Vedremo invece una progressiva elettrificazione, una diminuzione comunque limitata del parco circolante, e l’introduzione sempre più importante di modelli di car sharing che però non modificheranno drasticamente il modello attuale. La vera rivoluzione avverrà nel decennio successivo.

Ma il business del post vendita, la vendita dei ricambi originali, non verrà intaccato, almeno per i prossimi dieci anni…
Non verrà intaccato. Bisognerà invece stare attenti ai cambiamenti dei modelli di business: anche in questo settore probabilmente ci saranno i grandi aggregatori, com'è successo nella grande distribuzione in cui da un modello di piccoli negozi si è passati alla grande distribuzione che dettava le regole. Alla fine si consuma lo stesso, però il modello è cambiato.
Anche nel settore del post vendita probabilmente si andrà verso grossi aggregatori: di flotte aziendali, di flotte di noleggio a lungo termine, di flotte in car sharing… I concessionari dovranno essere in grado di aggredire questo tipo di cliente.

Sta chiedendo al concessionario di uscire dalla sua ‘bottega’?
Sto chiedendo al concessionario di uscire dalla sua ‘bottega’, sì, sostanzialmente sì.

Qual è il vero timore? Che cosa ha colto in questa sala?
Io credo che oggi faccia veramente paura l’incertezza del percorso. Non fa paura solo a questa platea che tutto sommato non ci si aspetta che sia informatissima, fa paura anche alle Case costruttrici. Perché si sa bene il punto di arrivo, che sarà quello piaccia o non piaccia, ma il percorso è estremamente incerto ed è principalmente dettato da una politica che, mi spiace dirlo, non è in grado di definirne uno che comunque tranquillizzi: "guarda, finirà così, tra trent'anni finirà così, questo è il percorso…".
Siccome non sono tre anni ma sono trenta, se avessimo una politica in grado di definire un percorso io credo che tutti sarebbero molto meno spaventati, perché su questa scala dei tempi ci si adatta e noi siamo capaci di adattarci. Invece ogni anno qualcuno si inventa qualcosa, senza una base veramente razionale, e quindi tutti devono rincorrere, e rincorrere ogni anno dei cambiamenti di rotta è terrorizzante.

Lei ha parlato anche di un'Europa allo sbando. I veri decisori chi dovrebbero essere?
L’Europa non ha in questo momento capacità di forti decisioni centralizzate. È tutto una concertazione degli stati nazionali, in particolare di quelli più grossi, e gli stati nazionali sono tutti abbastanza in crisi perché le nostre democrazie, le democrazie occidentali, stanno andando verso un appiattimento. Noi lo chiamiamo populismo ma in sostanza è una perdita di figure di riferimento di grande competenza. Il nostro mondo sta perdendo l’attenzione alla competenza.
Il governante storico era saggio, onesto, competente; per governare bisognava avere tutte e tre queste caratteristiche. Oggi la competenza è passata in secondo piano. Tu puoi essere un bravo governante anche se non sei competente, se sei un cittadino medio, questo è il messaggio che è passato. Sta accadendo in tutta Europa.

L’Italia non ha un modello da seguire? Lei ha citato la Cina ma per noi è quasi pazzesco pensare di ispirarci ai cinesi…
Per noi è impensabile culturalmente seguire quello che stanno facendo i cinesi.
Noi dovremmo recuperare le nostre origini, una democrazia basata su figure autorevoli e competenti e oneste. Guardiamo agli albori delle nostre democrazie, guardiamo i De Gasperi.

Vuole entrare in politica?
No no, però dobbiamo ricordarcela la storia. La nostra politica delle origini è una politica di persone oneste, competenti, sagge. Non era una dittatura, era una democrazia. Stiamo perdendo questa caratteristica, non possiamo trasformarci nella Cina, forse non vogliamo e forse non è nemmeno giusto, però ci mancano guide autorevoli.

Mancandoci queste guide gli imprenditori che cosa devono fare per prepararsi a una transizione che avverrà, che è giŠ° in corso?
Gli imprenditori oggi stanno cercando di avere la massima capacità di adattamento. Siamo in un contesto in cui il cambiamento di rotta politica è così veloce che sono tutti terrorizzati e sono tutti in cerca di una capacità veloce di adattamento, che è il meglio che si possa fare.

È anche lo stare in più scarpe come ha suggerito lei?
Certo, anche le Case automobilistiche tutto sommato cercano di tenere il piede in più scarpe.

Le più comode oggi quali sono?
Le più comode oggi è dire: "facciamo l’elettrico". Ma le Case automobilistiche sanno che l’elettrico nel prossimo decennio non è la soluzione di tutti i mali e non può essere una soluzione su larghissima scala.
Stanno seguendo la moda, ma perché la politica fa moda. Al loro interno però sanno quali sono le cose più corrette da fare e quindi continuano a sviluppare tecnologie basate su motori diesel e motori a benzina sempre più raffinati. Ma sono costrette a tenere il piede in tante scarpe.

Il diesel tanto demonizzato che però in Italia non ha avuto quel contraccolpo che si temeva…
No perché ovviamente non possiamo cambiare il parco circolante in un attimo. Il mercato non è pronto a fornire tanto elettrico, tanto ibrido, quindi oggi il consumatore va verso il benzina e il diesel. Però quello che mi aspetto nei prossimi anni è che ci sarà una massiccia evoluzione verso gli ibridi.

Prima l’ibrido e poi l’elettrico? Come se l’ibrido fosse una tappa intermedia?
È un accompagnamento. Pronto per l’elettrico oggi c’è solo un 20-25 per cento della popolazione. Questa fetta potrebbe essere portata in elettrico domani.
Il restante 80 per cento ragionevolmente non è elettrificabile, quindi va accompagnato. Qual è la traiettoria di accompagnamento? È un ibrido. Un ibrido che partirà con un ibrido non plug-in, poi un ibrido plug-in con 50 chilometri di autonomia, poi i 50 diventeranno 70-80-100 e pian piano si andrà verso l’elettrico. Tenendo conto che comunque una fascia non trascurabile, almeno il 30 per cento di auto, continuerà ad avere a bordo un motore termico.

Tutto questo sapendo che i Millennials, quindi gli adulti di domani, saranno sempre meno interessati all’auto, alla guida?
Sì, i Millennials non sono minimamente interessati all’elettrico, all’ibrido, al diesel… non gli interessa nulla. Vedono l’auto molto come un oggetto funzionale. Questo discorso della motorizzazione appassiona più la generazione prima. La vera incognita è quanto i Millennials dismetteranno l’uso dell’automobile, quella è la variabile che veramente potrebbe impazzire.

E su cui non siamo in grado di prevedere nulla?
Non siamo in grado perché la velocità dell’evoluzione delle tecnologie ICT - quindi tutte le tecnologie digitali - è imparagonabile.
Mentre sull’auto mi sento tranquillo nel dire che nei prossimi dieci anni rivoluzioni non ne accadranno, perché le rivoluzioni tecniche nel mondo dell’auto fisica richiedono i decenni, un decennio non è abbastanza, nell’ICT un decennio è tantissimo. Tutte le cose che abbiamo detto prima potrebbero essere smentite da un’evoluzione particolarmente veloce di direzioni di mobilità virtuale e su questo è difficilissimo fare delle previsioni.
Quello che so è che io della storia della biforcazione verso la mobilità digitale parlavo dieci anni fa e tutto sommato la gente sorrideva. Dopo dieci anni è diventato sempre più vero, adesso la gente non sorride più, m’aspetto che tra cinque anni tutti diranno che effettivamente stiamo scivolando in quella direzione. È uno scivolamento che io vedo con molta preoccupazione. 

Lei lo tasta il polso ai Millennials: come li vede i suoi studenti del Politecnico?
I Millennials, e non c’entra niente con la mobilità, hanno i pregi e i difetti della cultura digitale: stanno perdendo il sillogismo, come dire duemila anni di storia del pensiero occidentale, e stanno aumentando la capacità di fare velocemente raccolta di informazioni.
Sono ampi e poco profondi, mentre la nostra cultura occidentale si è basata sulla profondità di pensiero. Stanno perdendo il sillogismo, anche i nostri ingegneri, quelli più bravi…

Ne prendiamo atto?
Ne prendiamo atto. Non sono certo più stupidi di quelli di vent’anni fa, anzi, ma hanno trasformato le loro abilità. Che poi queste abilità siano coerenti con la natura dell’uomo, con quello che veramente sarà l’evoluzione della nostra tecnologia lo dirà la storia. È difficilissimo da prevedere.
Sicuramente c’è un cambiamento anche nel modo di approcciare i problemi: sono molto bravi a presentare le cose mentre vent’anni fa erano impacciatissimi, gli ingegneri, però hanno perso profondità, costanza nell’andare a fondo. È una cosa generale.